Educare al silenzio
Dal caso Schettini alla nuova maturità punitiva: come la scuola italiana rischia di trasformare il dissenso in colpa e l’autonomia in obbedienza
«La scuola migliore deve tendere tutta nell’attesa di quel giorno glorioso in cui lo scolaro migliore le dice: “Povera vecchia, non ti intendi più di nulla!” e la scuola risponde colla rinuncia a conoscere i segreti del suo figliolo, felice soltanto che il suo figliolo sia vivo e ribelle”».
Le parole sono dei ragazzi di Barbiana e di don Lorenzo Milani, tratte da Lettera a una professoressa. Rileggerle oggi produce un effetto strano: non sembrano soltanto lontane nel tempo, ma quasi eccentriche rispetto al lessico corrente della scuola. L’idea che un’istituzione possa considerare “glorioso” il momento in cui viene superata, contraddetta, perfino smentita da uno dei suoi studenti, suona radicale. Eppure è una cartina di tornasole formidabile per capire dove siamo.
Il recente dibattito attorno a Vincenzo Schettini, autore de La fisica che ci piace, è nato dalla denuncia di un ex studente che ha raccontato il lato meno luminoso di un metodo celebrato sui social. Non è necessario entrare nei dettagli della vicenda, né trasformarla in un processo mediatico. Quello che colpisce è altro: la postura di chi parla. La voce critica è emersa in forma protetta, quasi clandestina. Si è parlato pubblicamente perfino dell’ipotesi di azioni legali nei suoi confronti. Che l’ipotesi fosse fondata o meno conta fino a un certo punto; ciò che conta è il clima che rende plausibile la paura.
Quando uno studente che dissente sente di doversi nascondere, il problema non riguarda più la reputazione di un singolo docente o la correttezza di un metodo. Riguarda l’idea stessa di relazione educativa che stiamo legittimando.
Negli ultimi anni sono emerse figure di insegnanti capaci di abitare con grande efficacia l’ecosistema delle piattaforme digitali. Le spiegazioni diventano video brevi, le lezioni assumono la forma di contenuti condivisibili, attorno a uno stile riconoscibile si aggregano comunità numerose. Si tratta ancora di esperienze circoscritte, benché sempre più visibili e premiate dall’attenzione mediatica. Non rappresentano la scuola nel suo insieme, ma incarnano un modello che gode di una forte legittimazione simbolica.
Sarebbe un errore liquidare il fenomeno come una degenerazione da estirpare. Il digitale non è il nemico. Può ampliare l’accesso al sapere, rendere la scienza più prossima, offrire opportunità a chi altrimenti resterebbe ai margini. Il nodo si stringe altrove, nel momento in cui la logica della piattaforma — visibilità, engagement, fidelizzazione — smette di essere uno strumento e comincia a influenzare la struttura stessa della relazione didattica.
Le piattaforme non sono progettate per favorire il conflitto argomentato. Premiano l’attenzione, la permanenza, l’adesione. In questo contesto, chi ascolta tende a essere configurato come follower. E il follower, per definizione, non è un interlocutore che contesta; è un soggetto che consuma, che scrolla, che reagisce, che eventualmente abbandona, ma raramente mette in discussione le regole del gioco.
Se questa grammatica entra anche solo in parte nello spazio scolastico, lo studente rischia di scivolare da interlocutore a spettatore. La sua posizione simbolica cambia: non è più colui che può contraddire l’autorità senza che il legame si spezzi, ma parte di un’audience che approva o disapprova. A quel punto la citazione di don Milani non appare più come un’utopia generosa, bensì come un criterio esigente. Una scuola che non tollera di essere superata, che non regge l’urto della critica, non sta formando soggetti autonomi; sta preservando consenso.
Dentro questa trasformazione riaffiora anche una distinzione che pensavamo archiviata, quella tra istruzione e cultura. Nella Dichiarazione universale dei diritti umani si parla di right to education, espressione che in italiano è stata tradotta come “diritto all’istruzione”. Ma educazione e istruzione non coincidono. L’istruzione trasmette contenuti e competenze; l’educazione riguarda la formazione del soggetto, la capacità di giudizio, la responsabilità della parola.
Il rischio, oggi, è che si consolidi una cultura a doppio livello: una versione semplificata, accessibile, spettacolarizzata, destinata a un consumo rapido e generalizzato; e una versione più esigente, lenta, complessa, che richiede strumenti critici e tempo e che finisce per restare patrimonio di chi possiede già risorse culturali adeguate. Non è una questione di pagare o meno un libro o un corso; è una questione di disuguaglianza simbolica. Quando l’approvazione sostituisce l’argomentazione e la viralità diventa criterio di legittimazione, la cultura rischia di ridursi a superficie.
Non sorprende allora che, per intercettare consenso, il discorso pubblico sulla scuola tenda spesso a rivolgersi alla pancia più che alla testa: il voto evocato come strumento di potere, il vittimismo trasformato in leva di visibilità, la polarizzazione utilizzata come acceleratore dell’attenzione. Sono dinamiche che appartengono all’ecosistema mediatico nel suo complesso, ma che trovano nella scuola un terreno particolarmente delicato, perché toccano la formazione delle coscienze.
Di fronte a queste derive, una parte del mondo educativo reagisce invocando un ritorno al passato: meno digitale, più gesso; meno piattaforme, più lezione frontale tradizionale. È una reazione comprensibile, ma rischia di essere speculare al problema che denuncia. Sostituire un modello verticale carismatico con un modello verticale autoritario non modifica la struttura della relazione. In entrambi i casi il sapere resta concentrato in alto e lo studente rimane destinatario. Cambia il tono — più amichevole o più severo — ma non cambia l’idea di apprendimento.
La domanda, allora, non riguarda gli strumenti ma i fondamenti. Si può esercitare la professione docente ignorando la pedagogia, le teorie dell’apprendimento, la ricerca didattica? Si può pensare che bastino carisma e capacità narrativa per garantire una formazione autentica? Ridurre l’insegnamento a performance significa esporsi al rischio di confondere l’efficacia comunicativa con la profondità educativa.
In questo quadro si collocano anche alcune scelte normative recenti. Le riforme che hanno interessato la scuola negli ultimi anni — dal dimensionamento al rafforzamento del voto di condotta fino alle modifiche dell’esame di maturità — possono essere discusse legittimamente nel merito. Tuttavia, osservate nel loro insieme, sembrano accentuare il peso della valutazione e dell’ordine rispetto alla dimensione del conflitto e della parola.
Un esempio emblematico riguarda la nuova regola introdotta dal Ministero dell’Istruzione e del Merito nell’Esame di Stato: qualora uno studente scelga di fare scena muta all’orale per protesta, la commissione può deliberare la non ammissione al diploma anche se il punteggio complessivo maturato nelle prove scritte e nel credito scolastico sarebbe sufficiente a superare la soglia minima di 60/100. In questo caso non si interviene soltanto sulla prestazione, ma sull’intenzione che la motiva. Il gesto simbolico della sottrazione viene neutralizzato preventivamente, come a dire che l’esame è un rito cui si partecipa senza metterne in discussione le condizioni.
Non si tratta di un dettaglio tecnico. È un segnale culturale. Una scuola che prevede esplicitamente la sanzione di una forma di protesta, anche quando non altera l’esito numerico finale, sta definendo il perimetro del dissenso legittimo. Sta dicendo che la cittadinanza che intende formare è compatibile con l’obiezione privata, ma non con la contestazione pubblica del rito.
A questo punto la frase di don Milani torna a interrogare il presente con una forza inattesa. Il giorno “glorioso” in cui lo studente dice alla scuola che non si intende più di nulla non è un atto di maleducazione, ma il segno che l’istituzione ha compiuto il proprio compito. Ha formato qualcuno capace di pensare oltre di lei.
Se invece la critica deve nascondersi, se il dissenso si esprime solo sotto protezione o viene preventivamente sanzionato nella sua intenzione, allora non siamo davanti a una scuola che teme l’errore, ma a una scuola che teme la parola.
Il vero scandalo non è che un docente venga messo in discussione. Il vero scandalo sarebbe considerare anomalo, o addirittura pericoloso, che ciò accada. Perché senza quella possibilità di superamento, senza la libertà di dire “povera vecchia”, l’educazione si riduce a trasmissione e la scuola smette di essere un luogo di formazione per diventare soltanto un dispositivo di certificazione.
E quel giorno glorioso, invece di attenderlo, finiremmo per impedirlo.
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N.B.: le immagini presenti in questo articolo sono tutte e tre generate con l’intelligenza artificiale.





Bravo Gianmarco, ma c'e' ancora qualcuno che vuole ascoltare? Il futuro prossimo mi sembra molto scuro, solo i giovani ci possono salvare