Troppo libere?
Intervista ad Assia Petricelli e Sergio Riccardi su "Troppo libera. L’arte, l’amore, la lotta di Camille Claudel”, Tunué 2026
Federica Crisci è da sempre appassionata di storie. Nel corso della sua vita, si è dedicata allo studio di diversi medium che le veicolano: dai libri ai film, dal teatro al fumetto. Insegna in una scuola secondaria di I grado della provincia di Latina, disegna, gestisce un blog dedicato agli anime e ai manga (animeamerenda.it), recita e si lascia tentare sempre da nuove sfide e nuove possibilità di imparare.
La storia di Camille Claudel è una storia triste. Anzi, no. È devastante. Ma è doveroso conoscerla. Ne sono più che mai convinta dopo aver letto Troppo libera, la grapich novel a lei dedicata, scritta da Assia Petricelli e disegnata da Sergio Riccardi per Tunué.
Camille Claudel era una scultrice di grande talento, vissuta tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima del Novecento, che a soli 19 anni entrò nell’atelier di Rodin come sua assistente. L’uomo s’innamorò di lei e soprattutto del suo talento da cui attinse a piene mani per creare opere che furono ampiamente lodate dalla critica mentre quelle di Claudel venivano considerate scandalose per essere state realizzate da una donna. Camille cercò in tutti i modi di liberarsi dall’ombra di Rodin e dai ruoli imposti dalla società, ma finì con l’essere rinchiusa in manicomio.
Non è devastante toccare con mano (ancora una volta) quanto la società patriarcale sia stata violenta nei confronti delle donne impedendo loro di esprimere sé stesse come avrebbero potuto e voluto? Ma se è vero che non possiamo fare più molto per quanto accaduto in passato, possiamo almeno agire sul presente. Dobbiamo agire sul presente. Per restituire dignità e visibilità a Camille e per permettere a tante donne come lei di non subire lo stesso destino, ma di esserne artefici.
Ho avuto l’occasione di “incontrare” Assia e Sergio e ho parlato con loro a lungo di Troppo libera. Avete qui l’opportunità di leggere tutto ciò di cui abbiamo discusso.
Per iniziare, vi chiederei com’è nata l’idea di Troppo libera.
Assia: La prima volta che ho pensato di scrivere un fumetto su Camille Claudel è stato dieci anni fa, quando lavoravo con Sergio a Cattive Ragazze. In quell’antologia avrei voluto inserire anche la figura di Claudel, però mi sono accorta che la drammaticità della storia non si adattava bene né al tono leggero del lavoro né al target adolescenziale che avevamo in mente. Quindi l’ho accantonata, ma non ho smesso più di pensarci perché mi aveva colpita profondamente. Ad un certo punto ho detto: “Sergio, io voglio scrivere un fumetto dedicato interamente a Camille Claudel!”. A lui l’idea è piaciuta e da lì in poi è nato il libro che hai letto.
Posso chiedervi quanto c’è di verità storica nella Camille di cui ho letto e quanto, invece, sia frutto della vostra interpretazione? Ovviamente i grandi eventi della sua vita che voi raccontate sono noti, ma mi chiedevo quanta licenza poetica vi siete concessə.
Assia: Mi sono documentata a lungo sulla storia di Camille, leggendo diverse biografie e anche la sua corrispondenza personale. Quel lavoro di ricerca è presente nel fumetto sia negli eventi raccontati che in alcuni testi – ci sono delle vere e proprie citazioni dalle lettere. Grazie a queste letture, mi sono fatta la mia idea di Camille e l’ho sviluppata nel fumetto. Mi interessava raccontare la figura di una donna dal talento straordinario e non ha potuto esprimerlo a causa del tempo in cui è vissuta. La sua creatività le è implosa dentro trasformandosi in malattia mentale. Questo mi interessava raccontare.
Completamente d’invenzione ci sono gli squarci onirici, chiaramente.
Sergio, invece, dal punto di vista del disegno, come hai costruito il character design di Camille?
Sergio: Ho fatto l’analogo di Assia. Ho fatto una ricerca iconografica così da poter rendere l’atmosfera di fine Ottocento, inizio Novecento. Era importante per noi cercare di far immergere lettori e lettrici in quel periodo storico.
Per quanto riguarda Camille Claudel, fortunatamente esistono varie foto di lei che la ritraggono in periodi diversi della vita. C’è lei fotografata da ragazza, a 18/19 anni, c’è lei più o meno quarantenne, un po’ dopo la rottura con Rodin, e c’è lei nella parte finale della vita, quando era rinchiusa. In una delle pagine del fumetto, si vede lei seduta con una parete alle spalle: quel disegno è tratto proprio da una fotografia reale di Camille Claudel nel manicomio.
La reinterpretazione, oltre che nella scrittura, è avvenuta anche nell’immagine. Io mi sono ispirato alla vera Camille Claudel, al vero Rodin, al vero Paul, ma allo stesso modo li ho trasformati nella mia Camille Claudel e nei miei personaggi perché di fatto io li devo proprio sentire miei per disegnarli in centinaia e centinaia di vignette. Ovviamente poi c’è sempre un ragionamento con Assia su cosa può funzionare di più o meno, e su cosa può restituire un’espressione, un gesto, anche un colore all’anima e allo spirito della nostra Camille. Che però poi di fatto nasce così: da una commistione di ricerca, di ragionamenti e di tentativi.
Perché c’è bisogno di raccontare la figura di Camille oggi?
Assia: Dopo diversi lavori in cui mi sono dedicata a donne che ce l’hanno fatta, sentivo proprio il bisogno di raccontare invece la storia di una donna che non ce l’ha fatta. Di una donna che fosse sconfitta, nonostante non le mancasse la determinazione, la forza, o il talento. Purtroppo viviamo in una società che ci dice continuamente che se vogliamo qualcosa possiamo ottenerlo, l’importante è crederci. E io penso che questo sia un messaggio profondamente sbagliato, perché non è così. Non esistono soltanto gli individui, esiste la società. Camille aveva talento, bellezza, intelligenza, determinazione, eppure non è riuscita ad ottenere quello che voleva. Perché c’è bisogno di un contesto che sia disposto ad accogliere l’intelligenza, la creatività, la libertà di una donna o di qualsiasi altra soggettività, e c’è bisogno di alleanze. Mentre Camille finisce per trovarsi sola e anche isolata. Quindi io a un certo punto sentivo proprio il bisogno di raccontare la verità, ovvero che per una che ce la fa, ce ne sono tantissime altre che non ce la fanno.
In genere come lavorate? Ovviamente, tu, Assia, scrivi; tu, Sergio, disegni… però quanto c’è già in sceneggiatura di quelle che poi saranno le tavole o quanto viene dopo in fase di disegno?
Sergio: Allora, dato che siamo una coppia anche nella vita, il nostro lavoro è costante e continuo. Discutiamo dell’idea per capire se sia fattibile o meno. Poi Assia scrive il soggetto e me lo dà per leggerlo. Se funziona – diciamo il 99% delle volte funziona – procediamo. La sua è una scrittura piuttosto dettagliata, ma dipende molto anche dal progetto.
Assia: In Troppo libera ho lasciato lui un po’ più libero. Ho descritto che cosa accadeva… i dialoghi, le descrizioni delle ambientazioni, dell’espressività dei personaggi… però senza fare la divisione in vignette, solo dicendo cosa sarebbe accaduto in due, tre, cinque tavole.
Sergio: Una volta completata la sceneggiatura, passo a fare lo storyboard, il fumetto abbozzato. E là ci rendiamo conto se effettivamente quello è il ritmo giusto da dare alla scena, se è meglio prendersi qualche pagina in più o se rendere tutto più sintetico. A quel punto passo al lavoro di disegno. E anche lì Assia fa un’ulteriore revisione. Magari vedendo una tal vignetta, ci si rende conto che il dialogo è troppo lungo, oppure che con quell’espressione si potrebbe dire un’altra frase…
Assia: C’è pure l’editing da parte della casa editrice che guarda il lavoro e ci dà dei suggerimenti. È un percorso fatto di continui scambi.
Possiamo dire che questa vostra collaborazione funziona a differenza di quella tra Claudel e Rodin! Perché, secondo voi, è importante raccontare questo rapporto oggi?
Assia: Io credo che, sebbene, si tratti di una storia ambientata più di cento anni fa, sia ancora molto attuale perché per quanto da un punto di vista formale c’è una parità tra uomini e donne, poi la realtà è che viviamo ancora in un sistema patriarcale che permette agli uomini di avere una condizione di privilegio non solo nei rapporti nel mondo del lavoro, ma anche in tanti altri ambiti, no?
Il rapporto che noi raccontiamo tra Claudel e Rodin è un rapporto molto ambivalente e l’abbiamo raccontato così anche sulla base di come io ho interpretato alcune scritture di Camille. Lei non mostra mai, almeno nelle sue lettere, un trasporto nei confronti di Rodin. Sembra piuttosto provare un’ammirazione, probabilmente la fascinazione di una ragazzina – perché all’inizio era veramente una ragazzina – nei confronti di un maestro, di un artista già all’acme del successo. Io non escludo, e questo in qualche modo l’ho lasciato trapelare nella narrazione, che da parte di Camille ci fosse anche una forma di opportunismo, poiché la relazione con Rodin poteva innegabilmente aprirle delle porte e darle dei vantaggi dal punto di vista artistico. Quello che è avvenuto, invece, è che è rimasta intrappolata in quel ruolo e Rodin si è proprio nutrito di lei. Ha nutrito la sua arte, il suo ego, lasciandola svuotata e sola. E io credo che purtroppo questo accada ancora oggi tantissimo. Troppo libera può invitare a riflettere su questo tema.
Sergio: È un libro che ovviamente non è rivolto solo alle donne che sicuramente riconosceranno parte della propria condizione. Moltissimi uomini non si rendono conto del privilegio che hanno nella società, della differenza che c’è tra i generi, ancora oggi.
E quindi spero che il fumetto possa anche stimolare un ragionamento su qual era la condizione delle donne all’epoca e su come, ancora oggi, certe relazioni possono essere di natura vampiresca. Da maschi dovremmo fare sempre un ragionamento che parta da noi e non sempre e comunque dalle donne, ma siamo ancora un po’ lontani da quello. Tornando all’attualità, il fatto che sia stato bocciato il provvedimento di legge che prevedeva la parità di congedo anche per i padri ci dice tanto della società in cui viviamo.
Azzardo una domanda un po’ provocatoria… nel mondo del fumetto italiano ci sono delle forme di disparità tra autori/autrici, disegnatori/disegnatrici? Il fumetto è considerato “roba da maschi” ancora oggi?
Assia: Quando ho cominciato a lavorare ai primissimi fumetti, anche su rivista, io ero sempre “quella che scrive i testi”. Lui era il fumettista e io ero “quella che scriveva i testi”. Questo nasce sicuramente da un pregiudizio di genere. Oggi questa cosa succede molto meno rispetto a prima. Le donne nel mondo del fumetto italiano stanno entrando in maniera massiccia solo da pochissimi anni. Però, sicuramente quelle affermazioni nascono anche dal fatto che le persone non sanno veramente come funziona un fumetto e qual è la differenza tra il lavoro dello sceneggiatore/della sceneggiatrice e del disegnatore/della disegnatrice. Le persone pensano che il fumetto sia opera soprattutto di chi disegna.
Sergio: Il fumetto fino a pochissimo tempo fa era, in Italia per lo meno, “roba da maschi” sia come fruizione, sia come realizzazione. Per la fruizione, il grosso del venduto in Italia era il fumetto da edicola, ovvero il fumetto d’avventura, giallo, di genere… e di fatto era rivolto a un pubblico di adolescenti maschi. Di conseguenza aveva un linguaggio che doveva parlare a quel target. Il mercato sta cambiando radicalmente per due ragioni, secondo me. Sia perché tutto ciò che prima era considerato “nerd” era maschile e ora non lo è più. “Nerd” ormai ha un’accezione positiva, è una roba figa, non è più da sfigati come accadeva qualche anno fa. Al cambiamento ha contribuito sicuramente il manga perché parlava un linguaggio diverso dal comics. E poi oggi ci sono moltissime più lettrici, moltissime più autrici.
In Troppo libera si vede chiaramente che la società in cui viveva Claudel aveva un’idea molto precisa di che tipo d’arte le donne potessero creare alla quale la scultrice non si conformò. Secondo voi, l’arte femminile e quella maschile sono diverse?
Assia: Al netto del fatto che esiste un’arte di qualità e un’arte non di qualità, comunque le donne ogni volta che sono entrate in qualsiasi campo del sapere hanno portato qualcosa di diverso. Sia come sguardo – un modo diverso di guardare le stesse cose che erano state raccontate dagli uomini –, sia come contenuti. L’attenzione al corpo, al privato inteso come valore politico: non c’erano prima che le donne si affacciassero in maniera più diffusa nei diversi campi del sapere. La differenza c’è ma perché è iscritta nella nostra storia e neanche troppo nella biologia. È giusto vederlo e sottolinearlo non perché abbia più o meno valore ma perché è qualcosa di aggiuntivo, che arricchisce. Quando le donne prendono parola non stanno semplicemente ripetendo qualcosa che già hanno detto gli uomini – almeno si spera, perché non è sempre così – ma stanno portando un valore aggiunto, di diverso che arricchisce tutte, ma anche tutti, se sono in grado di rendersene conto e di accettarlo.
Qual è stato il momento più bello da scrivere e da disegnare e quale il più difficile.
Assia: La parte più bella per me è il finale. Quando ho iniziato a pensare di scrivere il fumetto su Camille, ho subito immaginato quel finale. Per poter raccontare questa storia avevo bisogno di poter uscire da quel manicomio, da quell’oppressione che Camille ha vissuto in vita. Camille vive ancora nella creatività, nelle opere di altre donne. Vive in me che la racconto e quel finale è stato liberatorio perché mi ha permesso di uscire da quella storia a cui pensavo da tanto tempo e che ho potuto finalmente trasportare su carta e inchiostro.
Sergio: È una domanda non facilissima perché solo il lavoro di disegno effettivo è durato per me un anno e mezzo. Ci sono moltissime sequenze che mi è piaciuto realizzare. Per me che disegno le scene oniriche sono state le più divertenti perché con l’onirismo puoi dare spazio libero alla fantasia. Mi è piaciuto tantissimo rappresentare tutte le scene di scultura. Difficile, ma allo stesso tempo mi ha ricordato quando ho studiato arte: ho cercato di ricordare anche la sensazione che si prova quando ti nasce qualcosa davanti agli occhi. E poi l’ultima sequenza è stata bella ma anche difficile. Difficile perché lavorare alla tavola della morte di Camille è stato struggente. Bello perché ha rappresentato pure per me una sorta di accompagnamento verso la fine.
L’ultima domanda riguarda i progetti per il futuro. State lavorando a qualcos’altro insieme?
Sergio: Abbiamo iniziato a lavorare a un altro progetto, sempre con Tunué.
Assia: Si parla sempre di donne… ma è per ragazzi e ragazze.
Sergio: Siamo proprio all’inizio… però non ci siamo fermati.
Assia: È un libro più leggero rispetto a Troppo Libera. Dopo un’intensità del genere avevamo bisogno di qualcosa di più divertente.


