VIETARE PUÒ EDUCARE. MA NON COSÌ.
La nota del ministro Valditara non punisce gli studenti, ma limita la libertà dei docenti. Articolo pubblicato su Domani del 29 settembre, a pag 12.
Insegnare, oggi, è un mestiere che sfugge a ogni definizione semplice. Non sarebbe mai dovuto essere soltanto trasmettere nozioni da una cattedra, aspettando che chi sta dall’altra parte le raccolga, le memorizzi e le ripeta. È, piuttosto, abitare la complessità, sostare dentro le difficoltà, aprire strade nuove quando quelle consuete non funzionano.
Non è vero che oggi agli insegnanti– uomini o donne - venga chiesto di essere psicologi, giullari, burocrati o terapeuti. Questa è una caricatura. A un docente si chiede qualcosa di più serio e più affascinante: lavorare dentro una comunità educativa, sapendo che l’apprendimento non è mai un atto isolato ma nasce da relazioni, da attenzioni, da percorsi costruiti insieme. Significa anche riconoscere i propri limiti e avere il coraggio di chiedere aiuto ad altri professionisti quando serve, perché l’obiettivo non è “fare tutto da soli”, ma consentire a tutti e tutte di apprendere.
In questo orizzonte, i divieti possono avere un senso. Vietare, quando nasce dentro una relazione educativa, significa stabilire un limite chiaro, argomentato e spiegato: un passaggio che diventa esso stesso educativo. È il caso del cellulare a scuola. Dal 2007, con la circolare del ministro Fioroni (15 marzo 2007, prot. n. 30), l’uso improprio del telefono in classe è già vietato. Nessun docente allora gridò allo scandalo, anzi: si trattava di una misura di buon senso, pensata per proteggere l’attenzione e la didattica.
Diverso è quanto accade oggi.
La nota del ministro Valditara non vieta agli studenti e alle studentesse di distrarsi o di abusare dello smartphone. Vietata è la possibilità per i docenti di usarlo in chiave didattica ed educativa. Qui non siamo più nell’ambito del dialogo educativo, ma in quello dell’imposizione amministrativa: con una semplice nota, che non è una legge né un’ordinanza, si pretende di selezionare quali strumenti possano essere usati per insegnare. È un’ingerenza che non ha precedenti, e che contrasta con lo spirito dell’articolo 33 della Costituzione: l’Arte e la Scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.
Colpisce ancora di più che tanti docenti abbiano accolto con favore questa misura, arrivando persino a immaginare improbabili aggiornamenti di regolamenti e patti di corresponsabilità con nuove sanzioni per chi accende lo smartphone persino nell’intervallo. È difficile comprendere come non si colga la portata di una rinuncia: accettare che sia un ministro, con una nota interpretativa, a decidere quali strumenti siano ammessi in classe significa delegare la libertà professionale. Evidentemente, la formazione continua che avrebbe dovuto rafforzare la professionalità docente ha lasciato un vuoto: si è più pronti ad applaudire al divieto che a difendere la propria autonomia.
E viene spontaneo chiedersi: che ne è stato dei milioni spesi per il Piano Nazionale Scuola Digitale, del Piano Scuola 4.0, del PNRR declinato in Futura? Proprio il documento ministeriale del Piano Scuola 4.0 scriveva che “il modello tradizionale di spazio di apprendimento non è più in linea con le esigenze didattiche e formative delle studentesse e degli studenti” e che occorreva costruire “ambienti di apprendimento innovativi” fondati su flessibilità, collaborazione, inclusione, apertura e utilizzo della tecnologia. Per questo si sono investiti miliardi in cablaggi, laboratori, dispositivi, formazione digitale degli insegnanti.
Ma la realtà quotidiana delle scuole italiane è ben diversa
La rete wifi spesso non viene condivisa con gli studenti, molti non dispongono di alcun device se non il loro telefono, e le pratiche didattiche digitali rischiano di restare sulla carta. Così, mentre i documenti ufficiali parlano di “ecosistema di apprendimento” e di “competenze digitali del futuro”, la stessa amministrazione decide di escludere dalla didattica l’unico strumento digitale che gli studenti e le studentesse effettivamente hanno.
E non è un episodio isolato. Il divieto dei telefoni cellulari si inserisce in un disegno coerente: quello di una scuola che ritorna a una didattica prevalentemente trasmissiva, centrata sulla mera acquisizione di conoscenze e a una valutazione ridotta a punteggio come premio e punizione. Lo si vede nella riforma dell’esame di Stato, che irrigidisce le prove e limita la possibilità di valorizzare competenze e percorsi; lo si vede nel ritorno del voto in condotta, presentato come arma o scudo contro i comportamenti illeciti. In questo quadro, il voto non è più strumento di crescita, ma segnale di colpa; il divieto non è più occasione educativa, ma sanzione.
Ma la valutazione non è una punizione: è un percorso che dà valore, che accompagna, che orienta. Un adolescente ha bisogno di confini, certo, ma anche della libertà di oltrepassarli, perché questa è la sua età: osare, provare, sbagliare. Il compito dell’adulto non è impedirglielo con divieti e voti punitivi, ma esserci, richiamarlo alle sue responsabilità, trasformare l’errore in occasione di crescita. La scuola, invece, oggi corre il rischio di imboccare la strada di iniziative puramente repressive, prive di quella dimensione simbolica che permette ai divieti e alle regole di produrre un significato nuovo. Un limite educativo non è mai solo proibizione: diventa fecondo quando si traduce in un patto condiviso, capace di generare senso attraverso le relazioni tra studenti, docenti e comunità scolastica.
Ecco perché le mere sanzioni, così come il ritorno del voto in condotta o la trasformazione del colloquio in una antica interrogazione disciplinare nell’esame di Stato, non sono episodi scollegati, ma parti di un unico disegno. È il trionfo della retorica del “merito” che, invece di ridurre le disuguaglianze, le amplifica; che scambia il controllo per educazione, la punizione per responsabilità. Una retorica che spende miliardi per innovare gli spazi e la didattica, salvo poi impedire di usarli.
Il vero fallimento non è degli studenti che sbagliano, ma di una politica che pretende di educare con le sanzioni e con le nostalgie, mentre rinuncia ad accompagnare i giovani nel presente che vivono e nel futuro che li attende.
La scuola non potrà restare a lungo impermeabile ai cambiamenti epocali che le nuove tecnologie hanno già impresso alla società. Non si tratta di introdurle come semplici sostituti — un registro digitale al posto di quello cartaceo, una lavagna interattiva al posto del gesso — ma di riconoscere che esse stanno trasformando la natura stessa dell’esperienza educativa.
Se guidato con consapevolezza, il digitale può smascherare le forme più deboli e rituali di insegnamento e aprire invece spazi autentici, creativi, collaborativi. Ma perché questo accada, serve una nuova generazione di docenti capaci di rinnovare la postura educativa: non più dall’alto di una cattedra, ma accanto agli studenti e alle studentesse, sostenendone i passi con discrezione, fiducia e rigore. Solo così le tecnologie diventeranno occasione di libertà e di crescita, invece che nuovo terreno di divieti e paure.





"si è più pronti ad applaudire al divieto che a difendere la propria autonomia"
La crisi dei valori democratici in una frase sola.